Ho letto un paio di giorni fa un post interessante (la colpa è di chi si raccomanda o di chi accetta che tu lo faccia?) su uno dei blog che seguo abbastanza regolarmente (Giochi di parole… con le parole). Per sgombrare la strada da ogni equivoco, stiamo parlando di editoria e aspiranti scrittori, anche se…

Si parte da un dato di fatto – per pubblicare con una casa editrice devi avere le giuste conoscenze – per arrivare a una domanda da giallista. Seguite.

Se vuoi pubblicare con una casa editrice…
Se mandi un manoscritto a una casa editrice stai pur certo che nessuno te lo leggerà. Non leggeranno il primo paragrafo e nemmeno la prima riga. Non leggeranno la sinossi, e forse nemmeno il titolo. Lo sanno anche le pietre: archivieranno la tua mail e tanti saluti.

Il perché è presto detto: ricevono troppi manoscritti.

Qualcuno in realtà risponde, e ti dice che ti faranno sapere ma, accidenti, non prima di 12 mesi. Do-di-ci mesi! l’eternità! Poi ci sono alcuni nomi importanti che una risposta la danno davvero: lo fanno con una formula standard, però almeno dimostrano educazione e rispetto anche se a loro non interessi.

E allora come fa uno sconosciuto a pubblicare il suo primo libro con una casa editrice importante? Semplice. Conoscendo le persone giuste, avendo contatti per esempio con l’editor di una casa editrice. Magari sei un collaboratore della suddetta casa editrice. E allora può succedere che in un momento di pausa davanti a un caffè, butti l’amo: “sai, ho scritto una robetta…” Così presenti il tuo manoscritto e nel giro di 24-48 ore ricevi l’ok.

È esattamente così che un qualcosa di scritto bene può essere pubblicato in quattro e quattro otto o che magari qualcosa sanza infamia e sanza lode va a finire nelle librerie perché con tutta quella roba così così che si trova in giro, l’editore non sfigura e si può tenere stretto il suo collaboratore, che magari fa davvero un gran lavoro.

Esiste un colpevole per questo sistema?
Chi è il colpevole in questi casi? si chiede Giochi di parole… con le parole: il collaboratore che si raccomanda all’editore o l’editore che ha un occhio di riguardo per il suo collaboratore?  Io mi allargo un po’ e chiedo: esiste un colpevole? se sì, chi è: il collaboratore o l’editore?

Il colpevole è…
La mia risposta è sì un colpevole esiste. Non penso che il colpevole sia il collaboratore che intravede un’occasione e ci prova. La colpa è al 100% dell’editore. E la sua colpa è quella di non riuscire ad immaginare modelli diversi per venire incontro alla grande offerta di prodotti editoriali, al tesoro che si ritrova nella casella di posta.

Le due città
Mentre leggevo il post di Giochi di parole… con le parole avevo in mente questa metafora delle due città. Una città – la cittadella degli editori – fatta di passaggi privati, vie inaccessibili, percorsi sbarrati. La via per arrivare ai quartieri alti dell’editoria la puoi percorrere solo se hai il permesso. A volte qualcuno si intrufola, ma è l’eccezione.
Poi c’è l’altra città, la città delle periferie, quella che brulica di storie piene di umanità che in qualche caso fanno le pagine dei libri. La città nella quale gli editori preferiscono non mettere il naso e seduti nei loro salotti ti dicono: “magari tra 12 mesi, verremo a fare un giro” per addolcire la sportellata sbattuta in faccia.

Ma non è un divieto di accesso ad impedire di sognare, a proibire di avere talento. La forza, l’energia, la volontà non possono essere arginate da un sistema basato sulla cooptazione e sulla diffidenza (ti conosco, mi fido, ti pubblico).

E’ un sistema che non funziona perché è un sistema esclusivo, che lascia fuori dalla porta tanti potenziali talenti (potresti essere un buono scrittore, ma non ti conosco e non ho tempo, pazienza). E’ un modello che non funziona perché è basato sullo spreco.

E’ possibile un mondo nuovo?
Il fenomeno dell’auto-pubblicazione, con pregi e difetti, è una risposta, una strada che questa energia inarrestabile si è scavata. Eppure anche chi ha fortuna come autore indipendente, non resiste al richiamo di pubblicare con un grande editore – la lusinga di qualcuno che crede in te? il pensiero che approdato al grande editore tutto sia più facile? la pubblicità, la promozione… Una recente indagine sul self-publishing ha evidenziato che nel mercato americano, i libri di autori indipendenti che vendono sono principalmente gli adults, un genere ben specifico appannaggio del pubblico femminile. Chi cerca la buona letteratura va sui medio/grandi editori, va alla ricerca di un prodotto curato, filtrato.

Forse qualche startup della Silicon Valley, una di quelle con l’ambizione di rendere il mondo un posto migliore, prima o poi si inventerà qualcosa, un’app, un algoritmo che guidi l’autore sconosciuto a organizzarsi per scrivere la sua storia e lo aiuti con strumenti di autovalutazione, sostituendo in parte il lavoro degli editori. Dopo tutto, se le case editrici sono seppellite sotto centinaia, migliaia di manoscritti, non avrebbe un mercato pazzesco questa idea? Write your story, avrei anche il nome e una mezza idea.

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