Ho in mente tanti post da scrivere, riprendere la rubrica Scrittori che nessuno legge, parlare del mio nuovo libro per quegli aspetti di post produzione come copertina, sinossi con cui ogni autore indipendente deve cimentarsi… però sento proprio la necessità di scrivervi questo.

E’ un post che avrei voluto pubblicare da tempo. Lo scrivo oggi forse per una strana coincidenza. Un paio di anni fa ho partecipato al torneo letterario Io Scrittore, senza arrivare alla fase finale. Oggi, proprio oggi, apro twitter e mi capitano sotto gli occhi dei tweets sui 300 finalisti di quest’anno.

Non so se Io Scrittore è stata la molla che mi ha fatto scattare il pensiero – non saprei stabilire un legame logico – ma sento che è arrivato il momento di ascoltare le parole di un grande scrittore, uno con questa cosa interiore dello scrivere; come l’ha gestita nelle difficoltà quotidiane del lavoro, della famiglia, in balìa dell’andare delle cose, quando si ha la sensazione di non controllare la propria vita. Uno scrittore pronto a raccontare come è riuscito a trovare la propria cifra di scrittore in mezzo alle altre cose della vita e arrivare al pubblico.

Per chi ha letto la raccolta di racconti Bengodi di George Saunders, sto parlando della prefazione dell’autore nell’edizione di Minimum Fax. La pubblico sul blog a puntate, perché è divertente e vale la pena gustarsela fino in fondo.

E ripensandoci, non so proprio cosa c’entri con Io Scrittore 😉

 


 

Questo libro è stato scritto a Rochester, New York, tra il 1989 e il 1996, nella sede della Radian Corporation, su un computer collocato strategicamente per moltiplicare il numero di passi che una persona curiosa (un capoufficio, per esempio) avrebbe dovuto fare per accorgersi che sullo schermo non c’era un resoconto tecnico sulla contaminazione delle acque sotterranee ma un racconto. Nel 1988 avevo preso un master in scrittura creativa all’università di Syracuse e scrivevo racconti che dovevano tutto a Ernest Hemingway e ne risentivano negativamente. Erano severi, essenziali e tragici e non avevano niente a che vedere con la vita che stavo vivendo né, se è per questo, con qualunque vita avessi mai vissuto.

Fatturavamo le ore di lavoro e io reagivo a qualunque sgarbo nei miei confronti dichiarando (mentalmente, sempre mentalmente): «Grazie, str…, il tuo progetto ha appena finanziato una borsa di studio Saunders in materie umanistiche». E, per la correzione di un resoconto che avrebbe richiesto un’ora, io fatturavo un’ora e mezza e poi usavo la mezz’ora libera per lavorare al mio libro.

Questo libro.

«Il capitalismo spoglia il corpo della sua sensualità», scrisse Terry Eagleton e all’epoca questo era senz’altro vero per quanto riguardava il mio corpo. Veniva spogliato della sua sensualità ogni giorno. Avevo una laurea in ingegneria ma lavoravo come redattore tecnico. Ero diventato l’esperto da cui andavano tutti quando bisognava fare la copertina di un documento. Ero bravo a incollare diagrammi e cartine sulle tabelle. Passavo un sacco di tempo alla fotocopiatrice, sfornavo copie di resoconti che avevo appena corretto e che poi mandavamo alla Kodak o al New York Department of Environmental Conservation dove sospettavamo che li archiviassero senza averli letti. Stavo prendendo peso, perdendo energia, mi ero fatto crescere un codino di consolazione, tornavo a casa con le caviglie e le ginocchia indolenzite a furia di scarpinare per quelle che sembravano miglia sulla moquette sottile che copriva i nostri pavimenti di cemento.

In quegli anni anche a casa c’era parecchia carne al fuoco. Io e mia moglie avevamo deciso di sposarci dopo tre settimane di frequentazione. Paula era rimasta incinta in luna di miele e al quarto mese aveva avuto una minaccia d’aborto. Le avevano prescritto il riposo totale a letto e doveva prendere una medicina (da allora messa fuori legge dalla FDA) per bloccare le contrazioni. Idem durante la seconda gravidanza. Così, mentre scrivevo questo libro avevamo due bambine piccole, ognuna resa doppiamente preziosa dal rischio che avevamo corso di perderla. Eravamo senza un soldo, avevamo trent’anni suonati e (ogni tanto, credo) ci chiedevamo come mai avessimo perso il treno della cosiddetta mobilità verso l’alto.

A un certo punto la nostra seconda auto si ruppe e non potevamo permetterci di prenderne un’altra, così cominciai a fare la spola in bici dal lavoro, sette miglia sul canale Erie. Con l’avvicinarsi dell’inverno, Paula aveva studiato per me un’apposita tenuta antifreddo: occhiali da laboratorio, poncho antipioggia, stivali di gomma che, se non ricordo male, avevano dei mini astronauti stampati sopra. Mentre pedalavo lungo il canale componevo frasi nella mia testa e a volte arrivavo al lavoro con un paio bell’e pronte. Poi sfrecciavo nell’atrio, mi fiondavo nel bagno degli uomini e cercavo di darmi una pulita, tenendo bene a mente quelle frasi. Ah, bei tempi, quelli.

Non scherzo: erano proprio bei tempi.

La sera, mentre tornavo in bici passando davanti alle accoglienti villette coloniali indorate dalla luce dei camini pensavo: ho una casa. Ho delle persone che mi aspettano, che mi amano. Ecco. È questa la mia vita. Sono questi gli anni migliori della mia vita.

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