Lottare per diventare scrittore, secondo George Saunders, parte seconda. Per rileggere la prima parte: Il Bengodi di un autore indipendente .


Riuscimmo a comprare una casa. Era piccola ma carina e ci vivevamo felici tutti e quattro. Com’era bello avere all’improvviso una vita vera, avere l’acqua alla gola ed esserne contenti. La gratitudine che provavo mi spinse a una riflessione limite: capitava mai agli altri, nonostante il bene che si volevano, di sbagliare? E capii che la risposta era sì, certo, continuamente, ogni giorno.

Il che sollevava un secondo interrogativo, che ora mi appare al centro di questo libro: Perché il mondo è così duro con i perdenti? Sentivo che eravamo finanziariamente quasi al limite (faticavamo ad arrivare a fine mese, avevamo accumulato un debito enorme con la carta di credito), intuivo che eravamo il fanalino di coda rispetto alla vita che stavamo costruendo per le nostre figlie se paragonata a quella vissuta dai loro coetanei, e per la prima volta mi resi conto, nel profondo, che la vita poteva essere durissima e indifferente verso coloro che fallivano.

Sia chiaro, non era il Gulag. Ma non riuscivo a capire perché uno come me (un bravo ragazzo istruito, che amava la moglie e le figlie) faticasse così tanto a costruire un’esistenza borghese o addirittura piccolo borghese per la sua famiglia, né perché dovesse costarmi così tanto in termini di dignità e umanità.

Rendermi conto che perfino a me poteva capitare di fallire contribuì ad accrescere la mia capacità di empatia. Se la vita poteva essere così dura/snervante/noiosa per uno che aveva avuto tutti i vantaggi, come poteva essere per chi non li aveva? Fra me e il prossimo correva un legame. Anche gli altri volevano essere felici. Anche gli altri volevano affermarsi. Forse a casa avevano qualcuno che li amava. Anche gli altri facevano un lavoro strano e poco interessante per garantire sicurezza e felicità ai loro cari, eppure…

Eppure c’erano persone che dormivano sulle panchine e borbottavano fra i denti e venivano licenziate, e c’erano divorzi sgradevoli e uomini che tiravano cazzotti allo sportello dell’auto quando si credevano soli.

Era come se avessi guidato tranquillo e beato su un’autostrada cosparsa di macchine in panne e a un tratto avessi sentito un botto sotto il cofano.

Che?, avrei pensato. Non è che anch’io…?

Tutte queste riflessioni si fecero strada in maniera trasversale nel libro, anche se all’epoca non so bene fino a che punto ne fossi consapevole.

3.

Il mondo in cui mi trovavo a vivere allora era strano, un mondo che cercavo di evitare da quando ero nato: un mondo di scartoffie e cubicoli, con la cravattina da quattro soldi che indossavo ogni volta che entrava «il cliente», un mondo che sapeva di caffè bruciato nel tardo pomeriggio; un mondo di lunghi corridoi bianchi e arredi anonimi/ridotti all’osso (niente quadri alle pareti, niente fiori nei vasi), un mondo di resoconti da cinquecento pagine intitolati Studio a lungo termine dei possibili effetti di una presunta perdita di benzene sulla qualità dell’aria al coperto di Riley Street che scrivevo e/o correggevo nella stanzetta con un solo computer che dividevo con la mia collega Dawn Wendt (e Dio ti benedica, Dawn, per tutte le volte in cui hai sentito arrivare una discussione coniugale al telefono e sei uscita dall’ufficio, e Dio benedica me, per tutte le volte in cui ho fatto altrettanto). Poi, alla fine della giornata: il lungo viaggio in bus o in bici fino a casa, un paio d’ore preziose con Paula e le bambine.

Ricordo che sedevo in quell’ufficio coi miei tristi pantaloni color cachi a guardare l’arrivo del temporale: il cielo che scuriva sul comprensorio Rustic Village, l’immondizia nel parcheggio che svolazzava da tutte le parti. L’albero in un vaso nell’atrio ogni tanto lasciava cadere una foglia che restava lì sul pavimento, a riprova che l’albero era vero. A ottobre guardavamo l’alberello sul «nostro» marciapiede (cioè quello davanti alla nostra finestra) diventare d’oro; era come un mini autunno, e dentro di me fiorivano le solite associazioni sull’autunno che mi riempivano di struggimento, ed eccomi lì, l’incarnazione fallita del grande sogno americano, a leggere e rileggere un resoconto che non mi suscitava il minimo interesse, se non il più elementare: l’interesse che nasceva dal sapere che se non avessi letto e riletto quel bastardo e corretto tutti gli errori che c’erano avrei fatto brutta figura, e che se avessi continuato con le brutte figure ci avrei rimesso il posto.

Però era bello lavorare, perché era per il bene della nostra famiglia.

Andando verso l’ufficio, che si trovava in un posto chiamato Corporate Woods, passavi davanti a un fast food e a un’autostrada, e accanto all’autostrada c’era una palude, e fra le canne della palude di solito c’erano delle buste del fast food impigliate, e davanti alla nostra porta d’ingresso fumé c’era uno di quei posacenere pieni di sabbia, intorno al quale spipacchiavano le stesse due o tre persone della misteriosa azienda al piano di sopra, e parlavano sempre di una certa Sheila che stava facendo uno sbaglio enorme.

Il nostro edificio somigliava a un’astronave, un’astronave di vetro nero. Di fronte – unica concessione all’estetica – c’era una scultura, che noi chiamavamo la Caccola, perché somigliava proprio a una gigantesca caccola grigia, di forma vagamente umana, che ci salutava all’inizio e alla fine di ogni giornata di lavoro.

A volte, quando entravo, mi ritrovavo a mormorare: «Ciao, Caccola».

Col senno di poi sono stato fortunato – fortunato che la mia idea di letteratura in bianco e nero, in cui era sempre il 1931, rozza, da museo, non abbia voluto saperne di me. Perché mi ha spinto (mio malgrado) a cercare uno stile che non raccontasse balle rispetto alla vita che conducevo, uno stile che suonasse davvero americano, che tenesse conto dell’America di Hemingway-Copland-Steinbeck-Ives che amavo (una veranda bianco-dipinta coperta di bandiere rosse bianche e blu, una banda musicale che suona in lontananza) ma anche di questa nuova America di cui ero partecipe in pieno: un luogo in cui le ristrettezze ti fiaccavano, in cui la paura di fallire produceva nevrosi, in cui le ossessioni materiali ti mandavano fuori di testa, dove non c’erano manufatti di culture precedenti, né antiche rovine, solo panorami creati per convenienza (il vecchio mulino adesso era uno Starbucks, e quando i commessi uscivano a fumare si appoggiavano alla staccionata del cimitero dei pionieri, con l’ombra alta di un angelo di pietra a tagliare le strisce del parcheggio), uno stile spigoloso, comico, imbranato e autentico come gli abitanti di Rochester che vedevo addormentarsi sull’autobus, o che vivevano vicino a Kodak Park all’ombra degli impianti di cloruro di metilene o arrancavano nel loro giardino coperto di neve armati di rastrello per il tetto mentre io sfrecciavo lungo il canale con gli occhialoni e gli stivali spaziali.

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