Prosegue Il Bengodi di un indie (qui la prima e la seconda parte) ovvero la prefazione di George Saunders alla sua raccolta Bengodi e altri racconti: ecco quale può essere la reazione di una persona cara al vostro tanto sospirato manoscritto.


Ho sempre amato Hemingway e durante tutti i corsi di scrittura ho fatto varie imitazioni di Hemingway. Quando mi stancavo, facevo l’imitazione di Carver, poi l’imitazione di Babel. A volte facevo Babel, se Babel fosse vissuto in Texas. Oppure facevo Carver, se Carver (come me) avesse lavorato nei campi petroliferi di Sumatra. A volte facevo Hemingway, se Hemingway fosse vissuto a Syracuse, che alla fine, secondo me, suonava sempre come Carver. Dopo gli anni alla Hemingway/Babel/Carver, passai qualche anno alla James Joyce, poi un semestre alla Malcom Lowry, durante il quale scrissi un libro chiamato La Boda de Eduardo. Il titolo – che tradotto sarebbe più o meno «Le nozze di Ed» – darà al lettore una qualche idea della potenza letteraria della suddetta opera. È la storia di un matrimonio – il matrimonio di Ed, per essere precisi – e si svolge in Messico. Al matrimonio arrivano un sacco di invitati e vengono descritti con una prosa alla Joyce/Lowry che, nelle mie mani, significava: meno verbi possibile, per dare l’impressione che non stesse succedendo niente e, in caso contrario, non si capisse cosa stesse succedendo. Per supplire alla penuria di verbi utilizzavo un sacco di parole composte. Non succedeva nulla al matrimonio, se non che il mio amico si sposava, e il romanzo rispecchia proprio questo. Il romanzo era lungo settecento pagine; lo snellii fino a duecentocinquanta, rendendolo ancora più difficile da capire. Poi lo feci leggere a mia moglie. Per tutti quei mesi le avevo assicurato che il nostro lungo periodo nel deserto stava per finire. Era seduta «su una miniera d’oro». Le diedi il manoscritto e poi promisi di lasciarla sola per tutto il pomeriggio. Qualche minuto dopo mi affacciai in casa di nascosto, come avrebbe fatto qualunque scrittore. Ormai doveva essere già a pagina dieci. Era in estasi, col volto rigato da lacrime di gioia? No. Non stava nemmeno più leggendo. Era seduta al tavolo, la testa fra le mani, in una posa di totale sconfitta che sembrava dire: Tutte quelle ore per questo? Amore, dove sono i verbi? Sono in un documento a parte o che? E che roba è tutte queste parole composte, questa supercazzola, questo bla bla cervellotico?

Seguirono un paio di giornatacce.

Ma sapevo che aveva ragione lei. Neppure io andavo matto per quel libro. Fu incredibilmente facile riporre La Boda de Eduardo in un cassetto della scrivania, dove risiede ancora oggi, esclamando con furia che il venditore di tortilla si leva dalle capanne di fango, lo sposo avanza stazzonato, rossinviso, d’amore preso.

 

 

5.

 

Un giorno, non molto tempo dopo la crisi della Boda de Eduardo mi venne chiesto di prendere appunti durante una teleconferenza. Non c’erano molti appunti da prendere. Siccome non avevo niente da fare cominciai a scrivere delle poesiole in stile dottor Seuss e poi a illustrarle. Erano sconsolate, scarne, volgari e, per una volta, divertenti. Ne scrissi una decina e quando tornai a casa le buttai sul tavolino del salotto e andai a tagliare il prato. Quando rientrai Paula stava… ridendo. Di gusto. Di vero gusto. Era la prima reazione positiva al mio lavoro che ottenevo da molto tempo. Non diceva che le poesie erano «interessanti», non aveva quell’aria compita, l’aria che abbiamo tutti quando cerchiamo di inventarci due belle parole da dire su una cosa che ci ha lasciato freddi. Era felice, stava provando gusto, sembrava addirittura voler continuare a leggere. All’improvviso fu come se mi avessero pestato a sangue in un vicolo e mi fossi reso conto che avevo un braccio bloccato dietro la schiena. Capii che avevo messo tutte le mie capacità naturali dietro una specie di paravento. Per esempio: il senso dell’umorismo, la velocità, lo scatologico, l’irriverenza, la compressione, la malizia. Non dovevo fare altro che abbattere quel paravento e permettere a quelle capacità di entrare in azione.

E magari scrivere sarebbe stato ancora divertente.

In pratica è stato il giorno in cui ho cominciato questo libro.

Molti anni prima avevo scritto un racconto dal titolo «Mancanza d’ordine nella Sala dell’Oggetto Galleggiante» che era ambientato in uno di quei parchi a tema sull’autostrada. Lo avevo venduto alla Northwest Review e usato per l’ammissione al master in scrittura creativa di Syracuse, e poi messo da parte come un’aberrazione. Non era reale, era sciocco, Hemingway lo avrebbe detestato, eccetera eccetera. Più o meno nei giorni della rivelazione della sala conferenze il mio amico Pat Pacino venne in città e in un moto di schiettezza mi disse che quel racconto era la cosa migliore che avessi mai scritto, nonostante tutti gli altri racconti dei corsi di scrittura.

Ci rimasi male. Ma sapevo che era vero.

Così rispolverai quel racconto e decisi di farne un plagio vero e proprio – o meglio una rielaborazione – lasciando più o meno la stessa trama ma cambiando parco a tema. Il racconto che ne ricavai, «Il fabbricaonde insicuro», fu il primo che realizzai per questo libro. Scriverlo fu divertente. Per la prima volta da anni sapevo cosa fare. Non sapevo assolutamente di cosa parlasse, né cosa volesse insegnare o esemplificare. Avevo solo, ad ogni passaggio, la sensazione di come avrei potuto migliorarlo. Per quanto stupida fosse la storia, per quanto la premessa fosse tirata per i capelli, sentivo e vedevo che i personaggi erano reali, mi interessavano. Che sollievo era lavorare con sicurezza, per divertirmi, unicamente per sfizio.

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