Prosegue Il Bengodi di un Indie (qui le prime parti) ovvero la prefazione di George Saunders alla sua raccolta Bengodi e altri racconti: l’importanza di perseverare e credere nel proprio lavoro.


6.

Misi piede nel mio primo parco a tema nel 1969. Si chiamava Sei bandiere sul Texas, ed era nei pressi di Dallas. Mi piacque così tanto che per tutto il viaggio di ritorno in macchina verso Chicago cospirai con mia sorella per costruirne un modello in scala. Be’, non lo abbiamo mai costruito. Ma ricordo ancora la gioia confusa che provai all’uscita dal parco pensando: Però, qualcuno ha creato questo posto, lo ha realizzato, un adulto si è messo seduto e ha progettato i vicoletti messicani e i marciapiedi in legno dei cowboy, i versi finti degli uccelli.

In un certo senso questi racconti erano quel modello in scala, a scoppio ritardato.

Tra l’altro, mentre lavoravo al «Fabbricaonde insicuro» notai una cosa: se inserivo un parco a tema nel racconto, la mia prosa migliorava, l’elemento pseudo-hemingwayano veniva disinnescato dall’ambientazione. Collocare una storia in un parco a tema diventò un sistema per assicurarmi che la storia sconfinasse nel comico, ciò significava che sarei riuscito a finirla, che non sarebbe crollata sotto il peso tematico/concettuale che tendevo a imporre a un cosiddetto racconto realista.

Mi piaceva inventare quei posti, vedo ancora adesso qualche sprazzo di quei panorami, panorami che, per alcuni mesi, sono esistiti solo nella mia mente, ai tempi della Radian.

7. 

Il libro prese forma lentamente, uno o due racconti all’anno nel corso di sette lunghi anni. In ufficio iniziarono e finirono intere epoche, i direttori andavano e venivano. Le stanze venivano sgombrate, riadattate. Un corridoio fu tagliato, reinquadrato e inglobato dall’azienda accanto, una piccola società legata alla mafia che dichiarava di vendere penny stocks, con il presidente che una volta licenziò un impiegato massacrandolo di botte nel vestibolo vicino alla Caccola. La gente si sposava, si tradiva, si risposava. I campionati di baseball si susseguivano, il comunismo si dissolse, da qualche parte inventarono internet, le nostre bambine cominciarono le scuole, impararono a leggere, a giocare a softball, a cantare. Chi si ricorda cosa succedeva davvero? Più che altro usavo qualunque racconto stessi scrivendo all’epoca per arrivare a fine giornata e infondermi un briciolo di controllo e padronanza. Erano una fonte segreta di sostegno. Se al mattino riuscivo a buttare giù qualche frase azzeccata il resto della giornata migliorava.

Questo sì che me lo ricordo.

 8. 

A vent’anni progettavo di andare in Salvador e scrivere qualcosa sull’argomento. Non avevo soldi, non parlavo spagnolo, ma era «il mio sogno». Un giorno passai a casa di un mio amico ma trovai solo il padre. Non ci avevo mai parlato prima, mai sul serio. Faceva il camionista, aveva otto figli, e girava sempre in maglietta bianca e occhiali alla Buddy Holly. Ma quel giorno parlammo. Gli raccontai il mio progetto, aspettandomi che lo trovasse velleitario. Invece disse: «Sai che c’è? Devi andarci». «Sì», risposi io con la forza della rivelazione. «È vero. Devo andarci».

«E sai perché?», disse lui. «Lo sai se no con chi te la prenderesti?»

Lo sapevo sì.

«Con me stesso», dissi con un sorriso sornione.

«Macché», disse lui. «Te la prenderesti con tua moglie e i tuoi figli».

Pensavo spesso a questa conversazione quando rubavo tempo in ufficio per scrivere questo libro. Se non lo avessi fatto, mi dicevo, sarei diventato una vecchia ciabatta che ce l’aveva con Paula e le ragazze.

Così rubavo tempo a mani basse. Scrivevo in bagno, stampavo con la stampante aziendale, mollavo il resoconto che dovevo mandare alla Kodak per segnarmi le frasi, e in trasferta correggevo i miei racconti mentre aspettavo che un impianto di filtraggio depurasse la falda acquifera, a volte quando mi sentivo carico fregavo un intero pomeriggio, anche se di solito, quando capitava, per correttezza mi portavo il lavoro a casa.

 9.

 Durante i corsi di scrittura ero diventato diffidente nei confronti della bellezza letteraria convenzionale, prevenuto nei confronti di quello che avevo ribattezzato il triplo descrittore letterario: «Todd sedeva al tavolo nero, dal ripiano ebano, scuro appoggio per una quantità di piatti e bicchieri, la cui bianca presenza circolare, tondeggiante, si beffava della sua futilità, della sua impotenza, della sua incapacità di agire». Cavolo, pensavo, perché non lo dici e tanti saluti: «Todd sedeva al tavolo».

O meglio ancora, taglia anche lì. Che bisogno c’è di sapere che è seduto al tavolo? Informami solo quando Todd fa davvero qualcosa. E sarà meglio che non sia «accostare la tazza alle labbra» o «fermarsi a pensare e lasciarsi pervadere dall’acume di Randy».

Mi sentivo un po’ insofferente a quei tempi, rispetto alla prosa.

 10.

 Uno dei nuovi racconti, «La fallita campagna di terrore della disgraziata Mary», fu accettato dalla Quarterly West. Io e Paula andammo a cena fuori per festeggiare e spendemmo il doppio del compenso pagato dalla rivista. Mandai, di mia iniziativa, «Il fabbricaonde insicuro» al New Yorker che lo rifiutò con una bella lettera (firmata!). Io, in un eccesso di entusiasmo, la mostrai orgogliosamente in giro in ufficio, perfino a uno dei nostri capi più bacchettoni, che disse: «Ah sì, George? Avevamo notato che producevi le tue… robette letterarie usando le risorse aziendali. Bisognerà che la pianti». È quello che credi tu, pensai.

I nuovi racconti continuavano ad essere accettati. Alla fine il New Yorker ne prese uno: «Scaricando dati per la signora Schwartz». La notizia mi arrivò alla Microtel di Watertown, New York, dove effettuavamo uno studio su una «discarica di vernici storica».

Paula fece un giro degli ambulatori medico-dentistici e raccolse dei vecchi numeri del New Yorker con cui confezionò una specie di striscione sotto il quale ci sedemmo tutti e quattro a mangiare una torta, per festeggiare.

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