E eccoci alla conclusione di questa serie di post che messi tutti insieme sono la prefazione di George Saunders alla sua raccolta di racconti Bengodi. E’ un racconto tra i racconti, la storia di come è diventato scrittore, tra difficoltà, rifiuti, dubbi… ecco il link per leggere tutta la serie: Il Bengodi di un indie (parti I-V)


11.

Credo che da giovane – il giovane che ha scritto questo libro – avrei disprezzato l’idea di una nota dell’autore. Non servono spiegazioni, avrei detto. Il significato è tutto dentro le storie. Le spiegazioni sono riduttive, la lettura è viscerale. Un racconto funziona o non funziona. Senza tanto bisogno di chiacchiere. E io concordo pienamente. Ma ormai ho una certa età e un po’ di nostalgia e…

Ho appena scritto e cancellato questa frase: mi mancano tanto quei tempi.

Credo che cercherò per sempre di ricreare la purezza di quei tempi. Non avendo fatto niente, non avevo niente da perdere. Avendo una vita felice senza aver ottenuto alcun riconoscimento in ambito artistico, ritenevo che qualunque riconoscimento in tal senso fosse un dono. Avendo finalmente ammesso che non ero un prodigio, avevo tutta la libertà artistica che è concessa solo al principiante, allo stupido, all’aspirante.

12.

Quando il libro finalmente uscì mi arrivò la telefonata di una mia ex vicina di Chicago, che chiamerò «Signora L.».

«Ho letto il tuo libro», disse.

«Ah».

Lungo silenzio.

«Le è piaciuto?», chiesi.

«No», disse lei. «Mi sono preoccupata. Preoccupata per te. Sembri una persona molto infelice. Come uno che va a buttare l’immondizia la sera tardi, triste e amareggiato».

Non sapevo cosa dire e aspettai che aggiungesse un complimento per addolcire la pillola, tipo: «Però, caspita, hai pubblicato un libro».

Invece niente.

«Sono preoccupata», disse. «Quel libro non ti somiglia. Sei sempre stato un bambino felice».

Alt un attimo, pensai quando riattaccò: io sono felice. Sono una delle persone più felici che conosco. Il mio libro non è triste. Il mio libro è divertente. Racconta verità, ehm, cupe. Sono una persona che ha speranza. Scrivere questo libro è stato un gesto di felicità, di speranza.

Ed era vero. Mentre lo scrivevo ero pieno di speranza. Speravo di riuscire a finirlo, speravo che lo pubblicassero e che la sua pubblicazione avrebbe reso più felice la vita della mia famiglia; speravo che io e Paula avremmo vissuto felici insieme per tutti gli anni a venire, speravo che le nostre bambine sarebbero diventate donne meravigliose.

Ed è andata proprio così.

Ma a inquietarmi all’epoca era la sensazione che quel lieto fine non fosse scontato, né per me né per altri.

«Dietro la porta di ogni uomo felice dovrebbe esserci un uomo infelice», ha scritto Čechov, «che bussa costantemente per ricordargli che non tutti sono felici e che, prima o poi, la vita gli mostrerà gli artigli».

Ecco, appunto, pensai dopo quella telefonata. Il mio libro è… sa cos’è il mio libro? Il mio libro è: l’uomo infelice che è in me dice a quello felice: «Grazie a Dio non sono io».

È una bella idea, ma rileggendo il libro, non ci metterei la mano sul fuoco. Le storie, secondo me, sono più crudeli, più anomale del necessario, se quella era la semplice intenzione del libro. A tratti sono cattive. Alle volte sgradevoli. Sono brusche, telegrafiche e strane. A volte sembra che l’autore si auguri che il mondo crudele faccia un culo così ai suoi personaggi.

Ah be’.

«Lo scrittore può scegliere di cosa scrivere», disse una volta Flannery O’Connor «ma non a cosa è capace di dar vita».1

Mi sa che avrei dovuto rispondere così alla signora L.

13.

Quando un giovane decide che vuole scrivere ecco che intorno gli sorgono svariate montagne che portano i nomi dei suoi eroi. La montagna Hemingway, per esempio.

Comincia a scalarla, armato dal suo amore per Hemingway.

A un certo punto inizia a essere stanco. Stanco di imitare. Stanco del senso di claustrofobia che prova mentre cerca di esprimere la sua realtà con la voce di qualcun altro. Stanco, quando cerca di sembrare e pensare come qualcun altro, di falsificare: perché svende la sua esperienza di vita personale, perché omette cose che per lui sono vere e ne aggiunge altre che non lo sono.

Se ha la fortuna di rendersene conto, ridiscende la montagna Hemingway e ricomincia da capo.

Toh guarda: la montagna Toni Morrison. Sembra più adatta.

E il ciclo si ripete.

Poi un giorno – magari c’è di mezzo l’età o qualche difficoltà che lo porta all’esasperazione – sbotta. Basta imitare. Fine. Qualcosa si spezza. Comincia a sembrare… se stesso. O almeno non sembra uguale a nessuno in particolare. È apparsa una nuova montagna; riesce a vederla, con sopra il suo nome.

Però, quanto è piccola.

Non è nemmeno una vera montagna. Sembra… sembra un mucchietto d’immondizia.

Va bene, va bene, pensa, poi prende e ci sale sopra.

Il lavoro che fa non è il lavoro dei suoi maestri. È inferiore. Più modesto, più confuso. È piccolo e trascurabile.

Ma almeno è suo.

Ha mandato quel cane ammaestrato che è il suo talento a caccia di un fagiano bello grasso e ha riportato mezza bambola scassata.

E sia.

Meglio che essere bloccato per sempre.

Metterà insieme le mezze bambole scassate e ne farà un libro.

E infatti è un libro. Un libro è proprio questo: un tentativo fallito che, ciò nonostante, è sincero, sudato, ed emendato il più possibile, date le limitate capacità dell’autore, da ogni falsità e quindi imbevuto di una sorta di purezza.

Un libro non deve fare tutto, ricordo che mi dicevo a quei tempi, a mo’ di consolazione; deve solo fare qualcosa.

Perciò, benché questo libro sia breve e ci siano voluti sette lunghi anni per scriverlo, benché sia smozzicato, zoppicante e, sì, anche cupo e forse a tratti morboso, ricordo gli anni in cui è stato scritto come i più ricchi e magici della mia vita, pieni di speranza e di amore e aspirazioni, e della soddisfazione di essere riuscito, finalmente, a realizzare qualcosa.

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