Nell’ormai lontano 2015, il Guardian pubblicò un editoriale in cui la scrittrice inglese di origini pachistane Kamila Shamsie denunciava la discriminazione di genere anche nel mondo dell’editoria (e nel mio piccolo ne ho scritto qui).

Nel suo appassionato articolo Kamila Shamsie lanciò una sfida alle case editrici invitandole a pubblicare nel 2018 (proprio quest’anno) soltanto scrittrici, dodici interi mesi dedicati a pubblicare voci femminili. Una sorta di rivincita per le scrittrici che troppo spesso trascurate a favore dei colleghi maschi.
Ovviamente la sua idea ha riscosso subito un grande successo e molti tra scrittori e lettori, anche uomini, hanno dato il loro supporto morale. Che io sappia, però, nessuna casa editrice ha raccolto nei fatti la sfida, nemmeno sull’onda del movimento #metoo.

Almeno così credevo, finchéil mio viaggio a PortlandNot a Pipe Publishing, un editore indipendente dell’Oregon, ha infatti deciso di aderire all’appello di Kamila Shamsie e di pubblicare solo scrittrici durante l’intero 2018, a riprova del fatto che sono le piccole imprese, il piccolo business come direbbero negli States, a rendere il mondo un posto migliore.

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