Sì, a te, mi rivolgo a te, chiunque tu sia che discetti di migranti e immigrati. Ne abbiamo lette di ogni in questi giorni a proposito di porti chiusi, navi senza permesso di attraccare, migranti. Un crescendo di provocazioni, prevaricazioni, farneticazioni.

T.S. Eliot sosteneva che la vera poesia può comunicare ancor prima di essere capita. Come questa manciata di versi:

Falso quel nome assegnatoci sempre trovai:
emigrante.
Significa esule, si sa. Ma noi
esuli non eravamo per libera scelta,
scegliendo altro paese. E non andavamo
in altra terra per restarvi possibilmente per sempre.
Noi fuggivamo scacciati, banditi.
Né è una nuova patria, esilio è la terra
che ci accoglie.
Sostiamo inquieti, possibilmente presso il confine,
qui, in attesa del giorno del rientro,
qui, spiando al di là del confine ogni più piccolo
mutamento, ponendo accese domande ad ognuno
di là venuto, nulla dimenticato, nulla
tralasciando, e anche nulla che sia accaduto
perdonando, nulla perdonando.
Ahi, la quiete dell’ora non ci illude! Sentiamo
dai loro Lager le grida fino a qui.
Noi stessi quasi siamo d’un qualche crimine sospetti,
noi che potevamo passare le frontiere. Ognuno
di noi, che tra la folla va con scarpe sdrucite,
attesta il disonore che nostra terra macchia.
No, nessuno di noi vuol restare.
Non è ancora detta la parola ultima

Bertolt Brecht, Sulla denominazione emigrante da Poesie inedite sull’amore. Poesie politiche e varie

 

Credits: Immagine in evidenza: La Pietà di Fabio Viale

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