Agosto

Ci sono scrittori che creano con le loro parole un universo pittorico, suggestioni così immaginifiche da lasciare senza fiato. In cima a questo genere di scrittori ci metto Bruno Schulz, il più geniale e stravagante autore di racconti. Se mi obbligassero a leggere e rileggere per il resto dei miei giorni un solo libro, sceglierei Le botteghe color cannella per il vertiginoso caleidoscopio di immagini che contiene. Ma Bruno Schulz si merita un posto tutto per sé.

In omaggio al mese che verrà, ecco il racconto Agosto. 2800 parole, prendetevi una pausa di 10 minuti. E buon divertimento!

I

A luglio mi padre partiva per la cura delle acque e mi lasciava con mia madre e mio fratello maggiore in pasto alle giornate estive arroventata e abbacinanti. Inebriati di luce, sfogliavamo il gran libro delle vacanze, le cui pagine avvampavano tutte di sole avevano nel fondo la polpa, dolce fino alla nausea, delle pere dorate.

Adela tornava nei mattini luminosi, come Pomona dalle fiamme del giorno infuocato, e versava dal canestro le bellezze variopinte del sole: lucide ciliegie, gonfie d’acqua sotto la buccia trasparente, visciole nere, misteriosek il cui profumo prometteva assai più di quel che il gusto manteneva; albicocche, che celavano nella polpa dorata il succo di lunghi pomeriggi; e accanto a quella schietta poesia della frutta, Adela scaricava ancora quarti di carne, turgidi di forza e di sostanza, con la tastiera delle cotolette di vitello, e verdure algiformi, simili a meduse o cefalopodi uccisi: materiale crudo del pranzo, dal sapore ancora indefinito e sterile, ingredienti vegetali e tellurici dal profumo selvatico e campestre.

Ogni giorno la grande estate trapassava da parte a parte il buio appartamento al primo piano dell’edificio che dava sulla piazza del mercato: silenzio di sprazzi d’aria tremolanti, rettangoli di luce immersi in un loro sogno rovente sul pavimento; una melodia d’organo di Barberia strappata alla più profonda vena dorata del giorno; due, tre battute di un ritornello, suonato chissà dove su un pianoforte, sempre ripetute, svanenti nel sole sui marciapiedi bianchi, perdute nel fuoco delle profondità del giorno. Finite le pulizie, Adela faceva ombra nelle stanze abbassando le tende di tela. I colori calavano allora di un’ottava, la stanza si riempiva d’ombra, quasi fosse immersa nella luce di profondità marine, riflessa ancor più nebulosamente negli specchi verdi, e tutto l’ardore del giorno respirava sulle tende, appena ondeggianti nei sogni dell’ora meridiana.

Il sabato pomeriggio uscivo a passeggio con mia madre. Dalla penombra dell’atrio si accedeva di colpo al bagno solare del giorno. I passanti, brancolando in quell’oro, dal bagliore tenevano gli occhi semichiusi, come impastati di miele, mentre il labbro superiore, sollevato, scopriva le gengive e i denti. E tutti coloro che brancolavano in quel giorno dorato portavano sul viso la stessa smorfia di calura, quasi che il sole avesse imposto ai suoi adepti un’unica e identica maschera, la maschera dorata della fraternità solare; e tutti coloro che in quel giorno camminavano per le strade, che si incontravano, si incrociavano, giovani e vecchi, donne e bambini, si salutavano al passaggio con quella stessa maschera d’oro dipinta sul volto, barbarica maschera di un culto pagano.

La piazza del mercato era vuota, gialla di fuoco, spezzata da calde ventate come un deserto biblico. Acacie spinose, cresciute nel vuoto di quella piazza gialla, scrollavano il loro fogliame chiaro, mazzi di filigrane verdi artisticamente aggruppate come gli alberi sui vecchi gobelin. Sembrava che quegli alberi simulassero una tempesta e agitassero teatralmente le loro chiome per mostrare in quel patetico incurvarsi la raffinatezza dei ventagli di foglie dal rovescio argentato, come pellicce di volpi preziose. Le vecchie case, smerigliate da giorni e giorni di vento, scherzavano coi riflessi dell’atmosfera, con gli echi, i ricordi delle tinte, dispersi nelle profondità del tempo colorato. Pareva che intere generazioni di giornate estive (come pazienti stuccatori che grattano dalle vecchie facciate l’intonaco ammuffito) avessero infranto le vernice menzognera per mettere a nudo ogni giorno di più il vero aspetto delle case, la fisionomia che il destino e la vita avevano loro formato dall’interno. Adesso le finestre, accecate dal bagliore della piazza vuota, dormivano; i balconi confessavano al cielo il loro deserto; gli androni aperti odoravano di fresco e di vino.

Un gruppetto cencioso di ragazzini, scampato in un angolo della piazza davanti alla sferza del sole, assediava un pezzo di muro, provandolo e riprovandolo a colpi di bottoni e di monete, come se dall’oroscopo di quei dischetti metallici si fosse potuto decifrare il vero segreto del muro, tutto un geroglifico di segni e di crepe. Per il resto la piazza era vuota. Ci si aspettava da un momento all’altro che di fronte all’androne ingombro di barili del vinaio si avanzasse, all’ombra delle acacie ondeggianti, l’asino del buon Samaritano, tenuto per il morso, e che due servitori si affrettassero a far scendere il malato dalla sella surriscaldata, per trasportarlo con ogni precauzione su per le scale fresche fino all’ammezzato odoroso di shabbat.

Così ci aggiravamo mia madre ed io lungo i due lati assolati della piazza, trascinando le nostre ombre disgiunte di casa in casa, come su una tastiera. I riquadri del lastrico sfilavano lentamente sotto i nostri passi fiacchi e strascicati, gli uni d’un rosa chiaro, simile a pelle umana, gli altri dorati e bluastri, tutti caldi, piatti, vellutati al sole, come volti solari, calpestati dai passi al punto d’essere ormai irriconoscibili, ridotti a beata nullità.

Finché all’angolo con la via Stryjska entravamo nell’ombra della farmacia. La grossa ampolla piena di sciroppo di lampone stava nell’ampia vetrina a simboleggiare il fresco balsamo capace di alleviare ogni sofferenza. Qualche casa ancora e la strada non riusciva più a mantenere il decoro della città, come il contadino che torna alla natia campagna, e strada facendo si spoglia delle eleganze cittadine per trasformarsi lentamente, man mano che si avvicina ai campi, in un cencioso bifolco.

Le casette del sobborgo sprofondavano fin sopra le finestre, sepolte sotto l’esuberante e intricata fioritura dei giardinetti. Dimenticati dal gran giorno, erbe, fiori, gramigne si riproducevano esuberanti e silenziosi, lieti di quella pausa che potevano trascorrere al margine del tempo, ai limiti del giorno infinito. Un immenso girasole, issato sullo stelo potente e malato di elefantiasi, aspettava nel suo lutto giallo gli ultimi tristi giorni della propria vita, incurvandosi sotto l’ipertrofia della sua mostruosa corpulenza. Ma le ingenue campanule di periferia e i semplici fiorellini di percalle rimanevano impotenti nelle loro rigide camicine bianche e rosa, incapaci di comprendere l’immane tragedia del girasole.

II

Il folto groviglio d’erbe, gramigne e cardi brucia crepitando al fuoco del pomeriggio. Vibra del ronzio delle mosche la siesta pomeridiana. Le stoppie dorate stridono al sole come fulve cavallette; nella pioggia scrosciante del fuoco strillano i grilli; i gusci pieni di semi scoppiano sommessamente come larve di cicale.

Presso la siepe, la coltre d’erba si gonfia in dossi gibbosi, come se il giardino si fosse girato nel sonno e le sue robuste spalle di contadino respirassero il silenzio della terra. Là, sopra quelle spalle, l’esuberanza dell’agosto, immonda esuberanza di femmina, esplodeva in sordi fossati di bardane giganti, ostentava distese d’immense foglie pelose, lingue lussureggianti di vegetazioni carnose. Là i fusti sgranati delle bardane si aprivano come megere sguaiatamente accovacciate e semidivorate dalle loro stesse vesti sconvolte. Là il giardino dava via per niente la granaglia più scadente del sambuco, il semolino grosso del miglio, maleodorante di sapone, l’alcool selvatico della menta e tutta la peggiore paccottiglia d’agosto. Ma dall’altra parte della siepe, oltre quella matrice dell’estate in cui si era sviluppata a dismisura la follia di quelle erbacce impazzite, c’era un mucchio di spazzature selvaticamente invaso dai cardi. Nessuno sapeva che quell’estate l’agosto celebrava proprio là la sua grande orgia pagana. Su quell’immondezzaio, addossato alla siepe e coperto di sambuco, c’era il letto di una ragazza idiota,Tluja. Cos’ la chiamavano tutti. Sopra quel cumulo di spazzature e di rifiuti, di vecchi cocci, di ciabatte, detriti e rottami, giaceva un letto dipinto di verde che poggiava, al posto di un piede mancante, su due vecchi mattoni.

Al di sopra di quei detriti, l’aria, abbrutita dalla gran calura, solcata dai guizzi di tafani luccicanti e irritati dal sole, scricchiolava come per invisibili crepitacoli, eccitando alla follia.

Tluja se ne stava accucciata fra lenzuola gialle e stracci. Sulla sua grossa testa si drizza un fastello di capelli neri. Il volto si contrae convulsamente come il soffietto di una fisarmonica. Ad ogni istante una smorfia di pianto piega quella fisarmonica in migliaia di rughe, poi lo stupore la distende di nuovo, fa scomparire le rughe, scopre le gengive umide e i denti gialli sotto il labbro carnoso a forma di grugno. Trascorrono ore di calura e di noia durante le quali Tluja parlotta a bassa voce, sonnecchia, grugnisce piano, tossicchia. Le mosche coprono in fitto sciame il suo corpo immobile. Ma a un tratto quel mucchio di cenci sporchi, di stracci, di brindelli comincia a muoversi, come risvegliato da un tramestio di topi sprigionati là dentro. Le mosche spaventate si destano e si levano in vasto sciame rombante, denso di furiosi ronzii, di guizzi, di sfavillii. E mentre gli stracci ricadono a terra e si sparpagliano sulla spazzatura come topi in fuga, da quelli si libera, si districa a poco a poco il nocciolo, scaturisce la radice stessa dell’immondezzaio: seminuda e nera, l’idiota si alza lentamente e resta, simile a una divinità pagana, sulle corte gambette infantili, mentre dal collo gonfio per l’ira e dal volto arrossato, fosco di collera, sul quale, come pitture barbariche, fioriscono gli arabeschi delle vene ingrossate, si sprigiona un grido animalesco, un grido roco, come strappato ai bronchi, a tutte le canne di quel torso mezzo animalesco e mezzo divino. Bruciati dal sole, stridono i cardi, si gonfiano le bardane ostentando la loro carne impudica, le erbe sputano luccicanti veleni, mentre l’idiota, arrochita dal grido, in preda a selvagge convulsioni, strofina con foga iraconda il fianco carnoso contro il tronco di sambuco, che scricchiola adagio sotto l’imperversare di quella sfrenata sensualità, eccitato da tutto quel miserabile coro a una snaturata, pagana fecondità.

La madre di Tluja va servizio, a lavare i pavimenti. E’ una donna piccola, gialla come lo zafferano; ed ugualmente di zafferano essa vernicia i pavimenti, i banchi e le spalliere d’abete che lustra e rilustra nelle casupole della povera gente. Una volta Adela mi portò in casa di Mryska. Era mattina presto, entrammo in una stanzetta intonacata d’azzurro, col pavimento di terra battuta su cui cadeva il primo sole, d’un giallo acceso in quel silenzio mattutino misurato dal ticchettio stridente della pendola paesana appesa alla parete. In una cassa, sulla paglia, giaceva Maryska la demente, bianca come un’ostia e silenziosa come un guanto da cui sia stata sfilata la mano. E come profittando del suo sonno, parlava attorno il silenzio, un silenzio giallo, sguaiato, cattivo, discorreva, si arrabbiava, ripeteva a voce alta e volgare il suo soliloquio di maniaco. Il tempo di Maryska, il tempo imprigionato nel suo animo, era sgusciato fuori di lei, orribilmente reale, e vagava solitario per la stanza gridando schiamazzante, infernale, riversandosi nel chiassoso silenzio mattutino dal sonoro orologio a mulino come la farina cattiva, la farina friabile, la stupida farina degli scempi.

III

In una di quelle casette, circondata da uno steccato bruno, sepolta nella vegetazione rigogliosa del giardinetto, abitava zia Agata. Per entrare da lei, nell’attraversare il giardino si passava accanto a una serie di palle di vetro colorato, attaccate al loro stelo, rosa, verdi, violette, evocatrici di interi mondi luminosi e chiari, come quelle immagini ideali e felici racchiuse nell’inaccessibile perfezione delle bolle di sapone.

Nella penombra del vestibolo, tappezzato di litografie a colori rose dalla muffa e sbiadite dal tempo, ritrovavamo un odore ben noto. In quel vecchio odore familiare erano condensati, in sintesi straordinariamente semplice, la vita di quella gente, l’essenza della loro razza, la qualità del sangue e il segreto del loro destino, invisibilmente racchiuso nello scorrere quotidiano del loro tempo tutto particolare. La vecchia, saggia porta, i cui lugubri sospiri accompagnavano l’entrare e l’uscire di quella gente, silenziosa testimone dell’andirivieni della madre, delle figlie e dei figli, si apriva adesso dinanzi a noi senza rumore, come lo sportello di un armadio, e noi penetravamo nella loro vita. Essi sedevano come all’ombra del loro destino, senza difendersi: fin dai primi gesti impacciati ci svelavano il loro segreto. Non eravamo noi forse, per sangue e per destino, a loro imparentati?

La stanza era oscura e ovattata di velluti blu a disegni d’oro, ma l’eco del giorno infuocato, seppur filtrata dalla folta vegetazione del giardino, vibrava ugualmente nei riflessi di rame sulle cornici dei quadri, sulle maniglie, sui listelli dorati. Da sotto la parete si alzò zia Agata, grande e prosperosa, la carne bianca e paffuta, picchiettata dalla ruggine delle lentiggini. Noi ci sedemmo al loro fianco, quasi al margine del loro destino, un po’ confusi della passività con cui si abbandonavano a noi senza ritegno, e bevemmo acqua e sciroppo di rose, bevanda meravigliosa, che mi pareva racchiudere l’essenza profonda di quel torrido sabato.

Zia Agata si lagnava. Era quello il tono fondamentale della sua conversazione, la voce di quella carne bianca e feconda, che pareva straripare dal corpo stesso, a stento e sconnessamente raccolta nella massa, nei gangli di una forma individuale, e in quella massa già moltiplicata, pronta a ingrossarsi, a ramificarsi, e a riprodursi in famiglia. Era, la sua, una fecondità quasi autogenetica, una femminilità priva di freni e morbosamente rigogliosa.

Pareva che il solo aroma della mascolinità, l’odore del tabacco o una facezia grossolana sarebbero bastati per eccitare quella femminilità a una sfrenata partenogenesi. E in realtà tutte le sue lamentele sul marito, sulla servitù, le sue preoccupazioni per i figli, altro non erano che capricci e bronci di una fecondità insoddisfatta, prolungamento di quella civetteria angolosa, irritabile e lacrimosa con cui essa invano metteva alla prova il marito. Zio Marek, piccolo, incurvito, dal volto perfettamente asessuato, sedeva nel suo grigio fallimento, riconciliato col destino, all’ombra dell’infinito disprezzo in cui pareva adagiarsi. Nei suoi occhi grigi covava la brace lontano del giardino, diffusa nella finestra. Di tanto in tanto egli tentava con gesto debole di schermirsi, di opporre resistenza, ma un’ondata di autosufficiente femminilità respingeva quel gesto insignificante e trionfalmente proseguiva oltre, sommergendo nei suoi flutti impetuosi gli ultimi fievoli sussulti della virilità.

C’era qualcosa di tragico in quella fecondità impudica e smisurata, c’era la miseria di una creatura che lottava ai limiti del nulla e della morte, c’era una sorta di eroismo della femmina trionfante, per fecondità, perfino su una mutilazione della natura, sull’insufficienza del maschio. Ma la progenie era là per render ragione di quel panico materno, di quel furore di procreare che si esauriva in frutti mal riusciti, in un’effimera generazione di fantasmi senza sangue né volto.

Entrò Lucja, la secondogenita, con la sua testa troppo grossa e precoce sul corpo infantile e grassoccio dalla carne bianca e delicata. Mi tese una mano di bambola, come appena allora germogliante, e subito il viso le si imporporò, come una peonia traboccante nel suo roseo splendore. Infelice per quei rossori che tradivano, impudichi, il segreto delle sue mestruazioni, socchiudeva gli occhi e si infiammava ancora di più a ogni domanda, anche la più indifferente, giacché ognuna celava una pur minima allusione alla sua ultrasensibile verginità.

Emil, il maggiore dei cugini, con un paio di baffetti biondissimi sul volto che la vita pareva aver slavato d’ogni espressione, camminava avanti e indietro per la stanza, le mani nelle tasche dei calzoni spiegazzati.

Il suo abito elegante e costoso portava l’impronta dei paesi stranieri dai quali era tornato. Il volto flaccido, opaco pareva di giorno in giorno sempre più dimenticarsi, presentarsi come una bianca parete vuota, segnata da una pallida rete di vene in cui si confondevano, simili a linee sopra una massa sbiadita, i ricordi semispenti di una vita burrascosa e dissipata. Era un maestro nel gioco delle carte, fumava lunghe, distintissime pipe e odorva curiosamente di profumi esotici. Vagando con lo sguardo attraverso ricordi lontani, raccontava strani aneddoti che a un certo punto si interrompevano bruscamente, si disperdevano, si dissolvevano nel nulla.

Lo seguivo con occhio languido, speranzoso che mi rivolgesse l’attenzione e mi liberasse da quella noia opprimente. E infatti mi parve che, uscendo dalla stanza, mi facesse un segno di intesa. Lo seguii. Era seduto su una causeuse bassa, le ginocchia incrociate quasi all’altezza della testa liscia come una palla da biliardo. Sembrava soltanto un vestito spiegazzato, sgualcito, gettato di traverso sul sedile. Il suo viso non era che la parvenza di un viso, un solco che un ignoto passante avesse tracciato nell’aria. Nelle mani pallide, smaltate d’azzurro, teneva un portafoglio e vi frugava dentro.

Dalla nebbia del suo volto emerse a fatica la pupilla convessa di un occhio pallido, che mi allettava con ammiccare malizioso. Provai per lui un’irresistibile simpatia. Mi prese fra le ginocchia, e scartandomi ad una d una dinanzi agli occhi con le sue mani esperte una serie di fotografie, mi mostrò immagini di donne e uomini nudi in strane posizioni. Io stavo con la schiena appoggiata contro di lui e guardavo quei corpi delicati con occhi lontani che non vedevano, quando a un tratto il fluido di un oscuro turbamento, che aveva improvvisamente offuscato l’aria, mi raggiunse e mi percorse con un fremito di inquietudine, un’ondata di subitanea consapevolezza. Ma intanto quell’ombra di sorriso apparsa sotto i suoi morbidi baffetti, quell’embrione di desiderio manifestatosi nel pulsare di una vena sulla fronte, la tensione che per un attimo aveva dato una forma ai suoi tratti, tutto ricadde nel nulla, e il volto tornò alla sua assenza, si dimenticò di sé, svanì nuovamente.

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