L’isola

Ci ho lavorato quest’estate: è il mio nuovo racconto. Che ne dite? vi piace?


“Conoscevo una ragazza di Smith Island dieci anni fa”.

Era bella, di una bellezza delicata, e mi raccontava dei granchi e della luna sopra la baia del Chesapeake– quest’ultima cosa della luna però non la ricordavo bene e me la tenni per me. A pensarci oggi mi sembra passato un secolo.

“Allora ci vai tu!” qualcuno replicò, forse più di uno. Forse addirittura mi risposero in coro.

Non ho avuto nemmeno il tempo di capire chi fosse stato che si sono murati dietro un secondo di colpevole silenzio, e poi si sono messi a ridere. Tutti, tranne me. Non fidatevi mai delle risate dei vostri amici. Questa faccenda mi ha convinto che in generale è meglio tenere la bocca chiusa o si finisce sempre per porgere l’altra guancia. Così ho dovuto noleggiare una Honda Civic e vendere i biglietti degli Infamous Stringdusters a metà prezzo.

Per arrivare a Smith Island non ci sono ponti, non c’è collegamento aereo. Si arriva solo in punta di traghetto, da Crisfield. Non ci sono mai stato. Partendo da Washington sono tre ore d’auto, attraversando il Bay Bridge, sottile e flessuoso come un fioretto. Mentre fisso la strada non vedo nient’altro che la grigia monocromia del presente, non l’azzurro del cielo né il blu del mare. Dopo Stevensville, inizia a far caldo.

Accendo la radio. Infilo i Ray Ban. Tiro giù il finestrino per sentire l’aria fresca in faccia e far finta di essere su una decapottabile, che fa tanto cinema. Intorno a me, campi coltivati, piante bruciate dal sole. Estate. Se c’è qualcosa che mette fine all’estate prima che arrivi l’autunno sono i girasoli tagliati nei campi. Tutto il resto è una stagione già morta, sono solo bugie piene di sole.

Mantengo il limite delle cinquantacinque miglia su una striscia di asfalto schiacciata dal cielo, e sembra che la strada finisca proprio là dove scorre il Nanticoke. Anni fa avevo letto qualcosa sul popolo delle Maree, che per secoli abitò tra queste radure e queste paludi. Liberi come l’aria nei grandi spazi che si confondono col cielo. Poi anche per loro arrivò la fine del mondo. Ma qui alla radio adesso suona Charlie Parker. È percorrendo la Ocean Gateway che arrivo a Crisfield. 

Sul molo di Somers Cove ad aspettare il traghetto siamo in tre. Per far passare il tempo mi avvicino ai pescatori. Uno di loro è di buon umore e si mette a chiacchierare. Mi racconta che a volte, il mattino presto, la nebbia in mare è così spessa che il resto del mondo sembra sparire; mentre certe notti, la luna è talmente grande che sembra bagnarsi nelle acque della baia. Io guardo il cielo che è di un blu cristallino, i gabbiani scivolano sopra le nostre teste e il sole guizza sull’acqua come argento vivo. Decido di aspettare all’ombra davanti alle vetrine del Waters Café, sotto l’insegna di un charity shop.

Alla mezza ci imbarchiamo su un traghetto che deve aver visto tempi migliori: oggi è una crosta di ruggine nascosta da una mano di vernice data male e assi rovinate coperte con tappeti di gomma. Salpiamo puntuali. Salgo sul ponte superiore e chiudo gli occhi; incrocio le dita col vento in faccia, sognando libertà dal gusto di salsedine. 

Appena metto piede a Ewell il capitano del traghetto ci indica il Bay-side. Mi ritrovo seduto a un tavolo a mangiare da solo patatine e granchio fritto. Alla fine del pranzo la cameriera insiste per portarmi un dolce. È carina e mi arrendo alle sue insistenze. Nel frattempo guardo lontano attraverso le enormi vetrate e fantastico un po’. Sopra Smith Island ciuffi di nuvole bianche, delicate, sbuffano in cielo.

Pago il conto e chiedo alla cameriera carina se conosce Frank. Lei mi indica oltre la strada una bambina che gioca a far rimbalzare la palla davanti alla chiesa: “È la figlia di Frank”.

La saluto – sento che mi guarda con aria sospetta – infilo la porta e i Ray Ban. Appena arrivo vicino alla bambina mi tolgo gli occhiali e non riesco a credere a quel che vedo. Chiudo gli occhi, scuoto la testa, cercando di far finta di niente. E non è uno scherzo del sole: è una bambina dai capelli grigi. A dire la verità, più che grigi, era come se avessero una sfumatura d’argento, come il sole che guizza sull’acqua.

La chiamo, anche se non conosco il suo nome. Lei smette di giocare e io le dico che sono venuto a parlare col suo papà. Con innocenza mi prende per mano e mi porta a un piccolo molo davanti a una casetta. Appena mi vede, Frank, scende dalla barca. “La stavo aspettando” mi dice, e poi si accorge che non riesco a staccare gli occhi dalla sua bambina. “Alice” mi dice pronunciando con la dolcezza di un sorriso il suo nome. “Da quando ha compiuto nove anni i suoi capelli hanno iniziato a diventare grigi”. 

Alice, come la ragazza che conoscevo dieci anni fa.

Poi, come se fosse arrivato il momento delle cose importanti, Frank mi spiega che la pesca al granchio non va. Ma ricorda che non sono venuto per quello e cambia discorso: “Domani la porto dove vuole andare”. Gli faccio un gran sorriso e inizio a chiedergli della pesca. 

Il mattino mi faccio trovare al molo presto. La luce appena nata del giorno tentenna dietro le nuvole grigie. Frank e Alice sono già sulla barca, col motore acceso pronti a partire. Salpiamo in direzione Est. Davanti a noi il cielo e il mare si fondono così pienamente l’uno nell’altro che ho l’impressione che il mondo sia un orizzonte grigio senza fine. Qua e là, lunghe lingue di terra e palude, e poi i pellicani, i gabbiani, i cormorani e le garzette ci volano a fianco.

Quando vedo le boe galleggianti, mi preparo a filmare la pesca di Frank.

“Alice!” lo sento chiamare. E mi sembra il nome più dolce del mondo.

Mentre Frank manovra la barca per avvicinarsi alla boa, Alice la arpiona, recupera la corda che aggancia, con destrezza, alla carrucola. Li vedo issare una, due, tre, quattro gabbie vuote, incrostate di alghe e frammenti di cirripedi, riempirle di esche e rigettarle in mare. Ogni volta, constatando la faccenda, Frank non fa che ripetere: “Quest’anno proprio non va”.

Terminata l’ispezione delle boe, proseguiamo verso Nord, verso la mia missione. Mentre il sole inizia a prendere possesso del cielo, Alice si sistema dritta a prua, capelli al vento, vento in faccia e divide con me il cestino della colazione. Anch’io da piccolo scambiavo il sapore di salsedine per un futuro di libertà. 

“Quella è Holland Island” urla Frank indicando l’orizzonte.

Vedo appena un rigonfiamento sopra la linea piatta del mare. Mentre ci avviciniamo riesco a metterla a fuoco, eccola l’ultima casa di Holland Island. Frank manovra la barca dirigendosi verso la parte settentrionale dell’isola, o almeno quel che ne resta. Attracchiamo al piccolo molo rimasto. Salto giù dalla barca. Tutto ciò che rimane della comunità di pescatori che un tempo ci abitava sono cocci sparsi di mattoni e frammenti di stoviglie. La casa è su una lingua sottile di terra separata dal resto dell’isola da un braccio d’acqua, e sembra galleggiare sul mare.

“L’ultima volta che ci sono stato, l’acqua non era ancora arrivata qua” mi spiega Frank.

“Si può entrare?” gli chiedo il permesso indicando la casa come se lui fosse il padrone.

“Faccia come vuole. Io non metto piede là dentro”.

Attraverso il braccio d’acqua – l’acqua mi arriva alle caviglie. L’uscio della casa è al livello del mare. Sbircio attraverso una finestra rotta. Dentro c’è una gran confusione: un tavolo con tante bottiglie, barattoli, bacinelle, una sedia con una camicia adagiata sopra. Un velo d’acqua sul pavimento. Una scala rotta che porta al piano superiore. Scatto fotografie. Se avessi avuto più coraggio, sarei entrato, mi sarei arrampicato per quelle scale e avrei fatto magnifiche fotografie. Ma in fondo, cosa c’è ancora da capire? Non c’è nemmeno una storia importante da raccontare. L’isola disabitata si inabissa e con lei l’ultima casa rimasta. Proprio non ne vale la pena.

Mentre torno da Frank e Alice, uno stormo di uccelli si leva in volo dietro un boschetto.

“Là cosa c’è?” chiedo a Frank.

La parte sud dell’isola sembra quasi intatta. Mi addentro nell’erba alta seccata dal sole, Frank e Alice mi vengono dietro. Vicino al boschetto c’è un piccolo cimitero. Quando questa gente è stata sepolta, nella baia del Chesapeake c’erano ancora le navi a vapore. Alice mi raggiunge e accoccolata tenta di ricomporre una lapide rotta. La aiuto a sistemare i pezzi di quello strano puzzle che lei ripulisce dalla terra nera. Guardo il cielo attraverso i rami degli alberi, mentre Alice legge ad alta voce: In memory of Elfie Wilson, daughter of John and Annie Wilson aged 13 years, 8 mos. Forget me not is all I ask.

Scatto un’ultima fotografia a quel cimitero, poi un’altra alla casa in lontananza dietro l’erba gialla della palude. Davanti il blu dell’Oceano. Se sono fortunato sarà l’ultima fotografia di Holland Island, a modo suo un’epigrafe dell’isola. Frank ci aspetta, è già sulla barca. Riprendiamo il largo. Guardo l’Oceano sotto di noi sempre più inteso e Frank mi racconta delle loro piccole gite sulle isole della baia.

Mentre ci avviciniamo a Cedar Island non ci sono più parole tra di noi. Anche Cedar Island sta lentamente scivolando dentro il Chesapeake. Ma mentre la guarda, c’è qualcosa di diverso negli occhi di Frank. Mi indica che lì, nel centro di ciò che resta dell’isola, nel punto più alto, c’è un pino.

“È basso, verde e giovane. Forse invecchierà tenendo insieme la terra che si sta sgretolando” dice guardando Alice.

“Quegli alberi possono vivere anche trecento anni” conclude tornando a guardare il mare con l’occhio del pescatore.

Al ritorno, controlliamo le gabbie. Alice si sporge oltre il bordo della barca compiendo la stessa operazione del mattino. Mentre issa l’ultima boa, sporca di fango, avvolta dalle alghe… centimetro su centrimetro, pugno su pugno, ma questa volta la rete è pesante.

La aiuto e insieme prendiamo la gabbia. Finalmente vediamo un artiglio blu e rosso… e può essere? c’è anche una piccola striscia d’argento.

Frank prende delicatamente il granchio. Tenendolo sollevato nel cielo tornato grigio, la striscia d’argento è ancora più evidente. Dimenticando tutte le sue preoccupazioni, ripone il granchio con fermezza, ma sempre con attenzione, tra le mani di Alice. Il granchio è irritato, allunga le chele e pizzica l’aria. Alice rimane immobile, in attesa di un ordine del padre.

“Questo torna indietro”.

Allora Alice alza lo sguardo sul mento ingrigito di Frank e stringe il granchio ancora per un po’. Poi con entrambe le mani immerse nell’acqua, lo lascia andare.

La sera Frank mi invita a cenare da loro. Mi presento con una bottiglia di vino.

“Un amico mi ha detto che una bottiglia di vino è buona come la compagnia con cui si condivide”.

“Speriamo sia buono” mi risponde prontamente Alice.

“La signorina non mi dà mezza mano in casa” mi dice ridendo Frank indaffarato alla cucina “ma è un buon pescatore”.

Frank è uno che ha i silenzi di chi non è abituato a frequentare troppa gente. È facile immaginarlo preoccupato al mattino mentre osserva troppo a lungo il suo caffè nero, all’alba quando si mette in mare per andare a controllare la pesca, di notte mentre disteso su un materasso grumoso aspetta che sorga il sole sotto una finestra aperta. Un sottofondo continuo. Lo capisco anche se non dice una parola, e posa la sua mano grande sulla testa di Alice mentre lei gli porge la tazza di caffè.

“Ti piacciono i miei capelli d’argento?” mi chiede a un certo punto Alice.

“E a te piacciono?” le chiedo.

“A me sì. Prima di andare a dormire gli do novantasette colpi di spazzola, uno per ogni anno che vivrò”. E scoppiamo tutti a ridere.

“Per alcuni sono state le maree eccezionalmente alte del 2008” – e capisco che parla delle vibranti sfumature lucenti dei capelli di sua figlia – “anche se i più sostengono che sia l’isola a soffiare sui suoi capelli, mentre lentamente scivola nelle acque lattiginose del Chesapeake

Mi intenerisce la sua premura quando Alice ci dà la buonanotte. Come se non avesse più la forza di soffrire per qualcuno.

Frank sa cosa riserverà loro il futuro e mi racconta che l’anno prossimo lasceranno l’isola, perché non ci sono più bambini e la scuola chiuderà, e poi perché la pesca delle ostriche l’inverno che verrà andrà ancora peggio se possibile di quella del granchio; e perché il vecchio attracco dei traghetti e le sue scricchiolanti assi di pino giallo sono collassate improvvisamente nell’acqua. Impacchetteranno le ceramiche di buon gusto, le lenzuola del corredo.

È tardi quando me ne vado. Non sono più abituato a bere e sono anche un po’ brillo. Ma l’aria fresca aiuta; la notte è chiara. Metto le mani in tasca e mi incanto a osservare lo splendore della luna enorme proprio sopra la casa di Frank, mentre sento un profumo dolce come vaniglia. Mi sarei aspettato tutto anche vedere un angelo in cielo tranne che scorgere Alice scivolare in punta di piedi sul molo e stendersi sulla pancia per intingere la punta dei capelli nell’acqua della baia. Mentre galleggiano come fili sottili, sembrano assorbire il riflesso d’argento della luna e irradiare il chiarore notturno. Improvvisamente ricordo le parole della ragazza che conoscevo dieci anni fa… osservo incantato la luna immensa scesa in Terra a bagnarsi nelle acque del Chesapeake come una dea, al fondo del molo del mio amico Frank.

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