Nobel Vagabondi

L’anno scorso l’Accademia svedese non ha laureato un Nobel per la letteratura per una brutta storia di scandali sessuali, che fa sobbalzare sulla sedia se, come me, uno si immagina i giurati come dei vecchi parrucconi.

Con un anno di ritardo, dunque, come

una giornata persa quando viaggi verso Est

è arrivato il premio Nobel per la letteratura 2018. E’ bello che ha vincerlo sia stata la scrittrice polacca Olga Tokarczuk – che per inciso è l’autrice della citazione sopra.

A marzo di quest’anno, davvero tempestivamente, è arrivata la traduzione italiana del libro più famoso di Olga Tokarczuk , I vagabondi

I vagabondi non è un vero e proprio romanzo, è un insieme di storie, aneddoti, racconti, uniti dal filo rosso della voce dell’autore. E’ Olga Tokarczuk che ci racconta qualcosa di interessante che le è capitato durante i suoi innumerrevoli viaggi, di persone particolari che ha incontrato, e soprattutto dei luoghi. I luoghi che ha visto e che descrive intensamente.

L’impressione generale, al termine della lettura, è di un collage di cartoline. In fondo la vita non è un collage di storie in cui ciscuno di noi può scorgere un collegamento diverso?

Insomma, a me I Vagabondi piace, e mi piace perché anch’io nei miei racconti amo descrivere i luoghi – con un senso diverso da Olga Tokarczuk e non con la sua bravura 😉

E per questo voglio trarre dai I Vagabondi ciò che Olga Tokarczuk pensa della scrittura:

Chiunque abbia provato a scrivere un romanzo sa quanto è difficile farlo, senza dubbio è una delle professioni autonome peggiori. Bisogna restare ripiegati su se stessi, concentrati e in completa solitudine. E’ una psicosi controllata, una paranoia con l’ossessione del lavoro, senza piume d’oca, crinoline e maschere veneziane, come si potrebbe pensare, ma con addosso, piuttosto, un grembiule da macellaio e stivali di gomma, e in mano un coltello per l’eviscerazione.

Dal seminterrato dello scrittore si vedono soltanto i piedi dei passanti, si sente il rumore dei tacchi. A volte qualcuno si ferma e si china per dare un’occhiata all’interno, e allora si riesce a scorgere un volto umano e perfino a scambiare qualche parola. In realtà la mente è altrove, impegnata nel gioco che si svolge davanti a se stessa, in un panottico schizzato in fretta e furia, creando personaggi su una scena provvisoria – autore e protagonista, narratrice e lettrice, colui che descrive e colui che è descritto; piedi, scarpe, tacchi e visi, prima o poi, entreranno a far parte del gioco.

Una bella immagine, vero?

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