Bruno Schulz

Da tempo volevo scrivere questo post su uno dei miei scrittori di racconti preferiti, sul mistero racchiuso nelle sue parole, le inesauribili invenzioni linguistiche, un caleidoscopio di fantasmagorie che vivono di vita propria.

In un altro post scriverò delle parole sensazionali e dell’uso che ne fa nei suoi racconti. In questo voglio raccontare della sua vita, che è utile per riflettere anche sui nostri tempi.

La vita di Bruno Schulz

Bruno Schulz nacque nel 1892 a Drohobycz, nella Galizia orientale (oggi Ucraina), cittadino dell’Impero austroungarico di lingua polacca e nazionalità ebraica.

Alfred Döblin, l’autore di Berlin-Alexanderplatz, in un reportage dalla Polonia del 1924, descrive così Drohobycz:

Un villaggio, una lunga strada fangosa; tetti rivestiti di scandole con spioventi che toccano quasi terra, casupole di legno, molte con gettate di malta, tinteggiate e colorate, dipinte di azzurrognolo, giallo e rosa. Molte tettoie verdi sono sorrette da pilastri di legno; questi sono scolpiti in forma di colonne, alcuni hanno una decorazione primitiva. Sulla strada due contadine dalle sottane colorate avanzano calpestando energiche con gli stivaloni neri il pantano molliccio (…) più in là del mercato, oltre al sudiciume e l’orribile torre, ci sono dei vicoli. Sempre più raccapricciante. Chi non ha visto questi vicoli, queste ‘case’, non sa cosa significa miseria .

Ed invece così Schulz la descrive in uno dei suoi racconti più famosi, La via del coccodrilli

Su quella pianta, disegnata nello stile delle vedute barocche, il quartiere della Via dei Coccodrilli spiccava come un vuoto bianco, lo stesso con cui nelle carte geografiche si suole indicare le regioni polari, i paesi inesplorati o di incerta esistenza.

Sull’intero quartiere si stende un pigro e licenzioso fluido di peccato, e le case, i negozi, la gente talvolta sembrano soltanto un fremito sul suo corpo febbricitante, una pelle d’oca sopra i suoi sogni febbrili. Da nessun altro luogo come qui ci sentiamo minacciati dalle possibilità, sconvolti dall’approssimarsi dell’adempimento, resi pavidi e inerti dal voluttuoso sbigottimento dell’attuazione. Ma a questo punto finisce tutto.
Una volta oltrepassato un certo grado di tensione, il flusso si ferma e arretra, l’atmosfera si spegne e sfiorisce, le possibilità sfumano e tornano nel nulla, i grigi, folli papaveri dell’eccitamento si riducono in cenere.

Drohobycz viene raffigurato come una cittadina: piena di vita ed affari, una realtà sociale in trasformazione; un mondo quasi fuori dal tempo, come gli shtetls dipinti da Chagall, che poi altro non è che il mondo mitizzato dell’infanzia.

Brunio, come veniva chiamato in famiglia, non riuscì mai a lasciare Drohobycz, e i suoi tentativi di andarsene si conclusero tutti nel giro di poco con il ritorno nella città natia. Troppo forte la nostalgia e l’attaccamento a quella terra che per lui rappresentava la scoperta del mondo, e a cui la sua creatività era profondamente legata.

Dopo la morte del padre nel 1915, per Brunio iniziano anni difficili fatti di povertà e angoscia. Proprio in quegli anni iniziò a manifestarsi la sua creatività, dapprima con disegni e incisioni, poi con un racconto in forma di disegni e didascalie, Il Libro idolatrico (andato perso), per infine arrivare ai racconti che conosciamo, nei quali Brunio resuscitò un po’ alla volta il padre, mitizzandolo.

Decisivo, per la scrittura dei racconti, fu l’incontro con la scrittrice yiddish Debora Vogel. Le botteghe color cannella vennero pubblicate nel 1933; il titolo gli fu suggerito dall’amico psicologo Stefan Szuman, riprendendo quello del racconto più abbagliante:

Uscii nella notte invernale colorata dall’illuminazione del cielo.
E’ una leggerezza imperdonabile mandare un ragazzo in una notte simile con un incarico importante e urgente, perché nella penombra le strade si moltiplicano, si confondono e si scambiano l’una con l’altra.

L’origine della fantasia visionaria delle Botteghe è la disordinata bottega di stoffe del padre e la sua bizzarra filosofia sulla materia – esposta nel racconto intitolato Manichini – ritenuta dotata di una fecondità senza fine e di un’inesauribile forza vitale. E allora ecco le metamorfosi di questo mercante, che una volta si trasforma in condor impagliato dall’enorme testa senile, un’altra in volpe irsuta con ciuffi e batuffoli di pelo grigio, in scarafaggio… non vi ricorda qualcuno?

Non fu facile la vita di Brunio con una famiglia – la madre, una sorella vedova con due figli, una cugina malata – di cui occuparsi. Povertà e angoscia non lo abbandonarono mai. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, nella Polonia e in tutto l’Est europeo sorsero i ghetti nazisti. Nel 1941, Schulz venne relegato nel ghetto della sua Drohobycz . Parlando bene il tedesco, iniziò a lavorare per un ufficiale delle Schutzstaffel. Il 19 novembre 1942 venne ucciso per strada da un ufficiale della Gestapo. Il suo omicida si vantò di averlo ucciso per vendetta, in quanto l’ufficiale presso cui Schulz lavorava aveva ucciso un altro ebreo che lavorava per lui.

Il suo corpo finì in una fossa comune e non è stato più ritrovato. Ma la sua fantasia come la materia nelle Botteghe non finisce di esaursi in mille forme.

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