La notizie che Ivrea è stata dichiarata patrimonio Unesco mi ha fatto sognare macchine da scrivere. Sentite anche voi il fascino del rumore prepotente della tastiera, il ritorno a capo, la meccanica del rullo? Aggiungono una dimensione romantica all’atto dello scrivere, pensa il don Chisciotte che è in me. E infatti possiedo una vecchia Olivetti, credo una delle prime macchine da scrivere da viaggio…

olivettimp1grey-03221… che non ho mai usato, perché per quella parte di me vicina a Sancho Panza, la comodità del computer vince alla grande il romanticismo della macchina da scrivere, abituato come sono a rileggere, cancellare e riscrivere.

 

 

 

Nel mio recente viaggio a Portland sono capitato in una bellissima libreria che esponeva anche una serie di macchine da scrivere tra le quali spiccava l’elegante Lettera 22. Ho pensato a Ivrea e a quel legame di fascino tra scrittura e strumenti per la scrittura.

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La prima macchina da scrivere vera e propria fu brevettata il 23 giugno 1868, dall’editore e giornalista Christopher Latham Sholes del Wisconsin. Sholes trascorse l’intera estate del 1867 a progettare la sua macchina, e nel settembre dello stesso anno riuscì a costruirne una con cui scrisse l’intero suo nome in lettere maiuscole.

Sholes costruì 50 macchine da scrivere senza però riuscire a venderle. Vendette allora i diritti di produzione al costruttore di armi Philo Remington. E fu così che nel 1874 la E. Remington & Sons. vendette la sua prima macchina da scrivere. Nel 1878 debuttò la Remington No. 2, che permetteva di scrivere usando sia le maiuscole che le minuscole.

Nel 1890 si affacciò sul mercato un concorrente, John Thomas Underwood che comprò dall’inventore Franz Xavier Wagner i diritti di produzione di quella che si può definire la prima macchina da scrivere veramente moderna. La Marina degli Stati Uniti ordinò 250 macchine da scrivere Underwood nel 1897, consolidando la sua posizione sul mercato. Nel 1915 la Underwood impiegava 7.500 operai per produrre 500 macchine da scrivere al giorno.

Mark Twain fu il primo scrittore a sottomettere un dattiloscritto al suo editore. Aveva comprato una macchina da scrivere proprio nel 1874. Scommettiamo che era una Remington?
Dopo, la macchina da scrivere divenne il simbolo di un certo tipo di scrittore. Tutti ricordiamo qualche foto di Hemingway, Kipling, George Bernard Shaw e Ian Fleming davanti alle loro macchine da scrivere.

Sogniamo per un secondo. Nel 1909, un certo George Carl Mares, autore di una storia della macchina da scrivere, immaginò una scena fantastica: “un uomo seduto alla sua Zerograph [una macchina da scrivere dell’epoca] a Londra in grado di tenere conversazioni scritte con i suoi corrispondenti nelle parti più lontane del globo, senza l’intervento di alcuna connessione fisica”. Non vi ricorda qualcosa di familiare? l’email! Viviamo senza pensarci troppo il futuro desiderato da tante persone vissute prima di noi. E se penso al mio computer sottile, leggero con la tastiera retroilluminata, che posso portarmi ovunque…

Alcuni artisti negli anni ’50 hanno usato la macchina da scrivere per fare esperimenti sul testo. Il poeta Aram Saroyan scrisse:

Scrivo su una macchina da scrivere, quasi mai a mano … e la mia macchina, una vecchia Royal Portable rossa, è ciò che più influenza il mio lavoro. Questo cappuccio rosso sostiene il mio umore, mantiene felice il mio sguardo. Il carattere tipografico è quello standard; se fosse un altro, scriverei poesie diverse. E quando il nastro rende noiose le mie poesie, lo cambio.

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